ADHD: disturbo o caratteristica?
ADHD: disturbo o caratteristica?
Negli ultimi anni il termine ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) è diventato di uso comune, soprattutto in ambito scolastico ed educativo. Tuttavia, la sua diffusione non sempre coincide con una reale comprensione. Il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione) lo definisce come un disturbo del neurosviluppo, cioè una condizione che comporta compromissione significativa del funzionamento della persona. In ambito clinico, si parla di disturbo quando una modalità di funzionamento genera difficoltà concrete nella vita quotidiana, spesso associate a disattenzione, impulsività e difficoltà di concentrazione.
Il problema nasce quando questa etichetta viene estesa oltre il suo perimetro e usata per descrivere caratteristiche che non sono patologiche, includendo spesso in modo improprio condizioni legate alla neurodivergenza, ai DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento come dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia), ai profili APC (alto potenziale cognitivo) o gifted, e ad alcune caratteristiche riconducibili allo spettro autistico, come il cosiddetto Asperger o autismo ad alto funzionamento.
È qui che si colloca il lavoro di Liberamente Onlus, che in quasi trent’anni ha seguito circa 3.000 bambini e ragazzi, osservandone le modalità di apprendimento e funzionamento cognitivo. L’esperienza sul campo mostra che in molti casi i comportamenti associati all’ADHD, ma anche altre etichette diagnostiche (DSA, APC, Gifted, Asperger) non derivano da un deficit, ma da un diverso modo di processare i pensieri, aspetto evidenziato anche da studi sulle differenze nei profili cognitivi (Silverman, 2002).
Questo funzionamento ha un nome preciso: stile di pensiero visuospaziale. Non è una diagnosi, né una categoria clinica, ma una descrizione delle modalità con cui la menti neurodivergenti elaborano le informazioni. Chi pensa in questo modo elabora per immagini 3D velocissime, connessioni e configurazioni globali, coglie rapidamente l’insieme e associando senza sosta pensiero, emozione e sensazioni. Questo tipo di funzionamento è stato descritto nei cosiddetti visual-spatial learners (Silverman, 2002) ed è coerente con modelli cognitivi alternativi rispetto a quelli verbali-sequenziali.
Fatica, invece, a tradurre i processi cognitivi in sequenze lineari e verbali. Non si tratta di una mente “meno efficiente”, ma organizzata secondo logiche diverse, coerenti con la varietà dei profili cognitivi e delle intelligenze. In questa direzione, la teoria delle intelligenze multiple (Gardner, 1983) ha evidenziato come esistano diversi canali di elaborazione delle informazioni, non riducibili a un unico modello standard.
L’epistemologia di Liberamente Onlus si fonda su contributi scientifici consolidati. Già Ronald D. Davis (1994) aveva individuato questa modalità di funzionamento, introducendo il concetto di “talento del disorientamento”: una caratteristica legata alla capacità di manipolare prospettive percettive, che può favorire creatività e intuizione, ma anche generare difficoltà se non regolata.
Successivamente, Linda Silverman ha sistematizzato la figura dei visual-spatial learners, mentre studi più recenti nel campo delle neuroscienze cognitive mostrano differenze nei network attentivi e nelle funzioni esecutive nei soggetti con ADHD (Castellanos & Proal, 2012). Liberamente Onlus traduce queste teorie in una pratica consolidata per la relazione di aiuto, osservazione e sostegno sul campo, spesso prima che le difficoltà prendano la via della diagnosi di ADHD, DSA o disturbi dello spettro autistico.
È infatti importante segnalare che il disagio emerge soprattutto nello scarto tra questo stile di pensiero e un ambiente costruito su logiche opposte. La scuola privilegia processi verbali, sequenziali e temporizzati. Quando una mente visuospaziale è costretta a operare esclusivamente secondo modalità sequenziali e verbali, le difficoltà possono crescere fino a generare disorganizzazione, calo motivazionale e difficoltà scolastiche, come evidenziato anche nella letteratura sui DSA e sulle difficoltà di apprendimento (Cornoldi, 2019).
In questi casi, la valutazione clinica e l’eventuale diagnosi di ADHD o di DSA diventano strumenti necessari non per etichettare la persona, ma per riconoscere il bisogno di supporti specifici e di tutela, come piani didattici personalizzati e adattamenti didattici, in linea con le indicazioni delle linee guida internazionali (NICE, 2018; MIUR, Linee guida DSA 2011).
Il nodo cruciale è culturale: distinguere tra disturbo e caratteristica. L’ADHD deve restare una categoria clinica, utile quando vi sia una reale compromissione. Lo stile di pensiero visuospaziale, invece, è una modalità cognitiva che si ritrova in diversi profili e che merita riconoscimento.
Solo ciò che ha un nome può essere riconosciuto, accompagnato e valorizzato. Senza questa distinzione, le persone rischiano di identificarsi in un’etichetta diagnostica che descrive ciò che non funziona, invece di riconoscersi nelle proprie modalità di pensiero.
Quando invece il funzionamento viene nominato correttamente, cambia tutto: cambia la percezione di sé, lo sguardo degli adulti e le strategie educative, la modalità didattica e di valutazione delle performance.
La sfida è dunque culturale oltre che clinica: restituire precisione alle parole significa permettere alle persone di essere comprese per come funzionano, non solo per le difficoltà che incontrano. Liberamente Onlus, con la propria esperienza trentennale e la propria epistemologia non clinica ma scientifica, colloca al centro del dibattito questa distinzione, offrendo strumenti concreti per accompagnare i ragazzi e i bambini a esprimere appieno il proprio potenziale.
Nel prossimo articolo analizzeremo il funzionamento della mente visuospaziale, le sue caratteristiche, e in che modo possono insorgere difficoltà quando non è adeguatamente padroneggiata.














