Non è disattenzione, né iperattività: capire la mente che pensa per immagini 3D

13 aprile 2026

Diagnosi o funzionamento? Una distinzione fondamentale

Negli ultimi anni termini come “ADHD, bambino, sintomi, attenzione, impulsività” o “difficoltà di concentrazione a scuola” e “bambino che non sta fermo” sono tra le ricerche più frequenti online. È comprensibile: quando un figlio fatica a concentrarsi, appare disorganizzato o impulsivo, il primo riferimento che molti genitori incontrano è il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, cioè ADHD.

Secondo il DSM-5 ((Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione), l’ADHD è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà persistenti nell’attenzione, nell’autoregolazione e nella gestione delle attività, tali da interferire in modo significativo con la vita quotidiana.

Allo stesso tempo, l’esperienza sul campo di realtà come Liberamente Onlus, dal 1997 impegnata nella relazione di aiuto non clinica dell’età evolutiva, invita a una riflessione: spesso queste manifestazioni non sono riconducibili a un disturbo, ma a un diverso modo di elaborare le informazioni.

 

L’ADHD è una categoria clinica basata su criteri comportamentali osservabili, costruita confrontando ciò che un bambino fa con ciò che, in un contesto scolastico o sociale, è considerato il comportamento atteso. Proprio per questo l’osservazione da parte di genitori e insegnanti che descrivono un bambino con frasi come “non segue le istruzioni”, “si distrae facilmente”, “perde il materiale”, “si blocca nei compiti noiosi” possono far pensare a una difficoltà di attenzione e quindi diventa diretta conseguenza la via dell’indagine diagnostica.

 

Secondo una prospettiva non clinica, il movimento delle neurodivergenze, invece, promuove l'idea che differenze neurologiche come autismo, ADHD, dislessia e altre siano variazioni naturali del cervello umano, non malattie da curare e quindi sostiene con forza l’idea di descrivere questi bambini in termini di caratteristiche di funzionamento, punti di forza e modalità di apprendimento, anziché come soggetti “difettosi”.

 

Liberamente Onlus si colloca con decisione in questa prospettiva: in quasi trent’anni ha accompagnato oltre 3000 bambini e ragazzi, osservando che, nella maggior parte dei casi, i comportamenti come disattenzione, disorganizzazione o impulsività dipendono da uno stile particolare di elaborazione delle informazioni. Questo stile di pensiero trasforma gli input provenienti dal mondo esterno (parole, immagini, odori, suoni, sensazioni tattili) e interno (emozioni, pensieri) in modo unico, spesso senza che la persona ne sia consapevole. Quando non si ha padronanza di questo processo, il bambino ne può essere sopraffatto e si possono manifestare difficoltà nell’apprendimento e nel comportamento. Si tratta di un profilo ben definito che porta il nome preciso di “Stile di pensiero Visuospaziale”, denominato già dagli anni ’90 (Roland D. Davis), ma ancora troppo spesso ignorato a favore di etichette diagnostiche più popolari nei vari decenni.

 

Quando cambiamo il nome con cui descriviamo un bambino, cambiamo anche ciò che vediamo in lui. E questo cambia tutto: le aspettative, le relazioni, le possibilità di apprendimento.

Questa distinzione non nega le difficoltà, ma permette di interpretarle in modo più preciso e di valorizzare le risorse naturali della mente.

Questo stile di pensiero è stato individuato già negli anni ’90 dallo scienziato Ronald D. Davis. Partendo dalla propria esperienza personale, Davis ha aperto la porta su una rivoluzionaria scoperta su cui ha creato un brillante modello di lavoro che è stato esportato in tutto il mondo e che ha cambiato le vite di decine di migliaia di persone imbrigliate nelle etichette diagnostiche (dislessia, ADD/ADHD, discalculia, disprassia e anche certe forme di autismo) che ne bloccavano lo sviluppo personale.

 

Come spesso accade, ciò che è nuovo e ribalta le conoscenze, trova ostacoli nel mondo consolidato e quindi per molti anni il suo lavoro è stato snobbato. Tuttavia, le sue teorie sono state riprese dalla ricercatrice e psicologa clinica Linda Silverman Ph.D. (Gifted Development Center e Visual Spatial Learner) e da alcuni coraggiosi pionieri italiani come l’insegnante illuminata Roberta Piccoli e il CentroStudi di Liberamente onlus (composto da Counsellor, Psicoterapeuti, neuropsicomotricisti e pedagogisti) che hanno sviluppato un importante, innovativo ed efficace modello di lavoro.

La missione è aiutare persone in età evolutiva con stile di pensiero visuospaziale ma ostacolate dalla scarsa padronanza che questa particolare forma di elaborazione dei pensieri mette in atto, spesso interpretati come sintomi di disturbo.

 

L’ADHD deve rimanere ciò che è: una categoria clinica che descrive un disturbo quando esiste una reale compromissione.

Non può e non deve diventare il nome di una modalità di funzionamento.

Perché quando questo accade, il rischio è evidente:
trasformare una caratteristica — e spesso un potenziale — in una diagnosi.

Riconoscere e nominare correttamente lo stile di pensiero visuospaziale non è una questione terminologica, ma culturale.

Significa restituire precisione scientifica, ma soprattutto restituire alla persona la possibilità di non essere definita “da ciò” che non funziona, bensì da “come” funziona.

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